La guerra ai confini orientali d’Italia

Gli slavi jugo occupano Fiume
ma non conquistano i fiumani
Fluminem reducat Europa ubi fuit

Febbraio 2021

Il primo numero nell’anno 2021 della rivista “FIUME” propone, con le sue 200 pagine, articoli di Rodolfo Decleva, Pierluigi Guiducci, Patrizia C. Hansen, Marino Micich, Donatella Schurzel, che scrivono della storia di Fiume durante la Seconda Guerra Mondiale, della persecuzione del clero nei territori giuliano dalmati, del centenario dell’Impresa di Fiume, e di storia rovignese tra Ottocento e primo Novecento.

Marino Micich apre con le 72 pagine che concludono il suo saggio “La Seconda Guerra Mondiale a Fiume e dintorni” (1).
Descrive l’avvicinarsi della sospensione, che dura ancora oggi, dell’amministrazione politica italiana di Fiume. I 27 bombardamenti aerei dal gennaio 1944 all’aprile 1945 che illuminano le macerie materiali e l’eroismo dei Vigili del Fuoco. Il dramma degli ebrei che si aggrava dopo l’Armistizio del 3 settembre 1943. Il comunismo slavo yugo (del sud) che si assicura il predominio, in ogni organizzazione politica, sulla componente italiana quand’anche di sicura matrice comunista: prima di tutto annettere Fiume, il resto dell’Istria, quanta ancora più parte possibile della Venezia Giulia, e l’intera Dalmazia alla Slavia del sud, poi viene il resto; posizione questa assunta dalla Slavia del sud con Tito (1943 – 1977), prima di Tito (1848 – 1868), e dopo Tito (1993 – 2021).
Micich cita una profusione di nomi e sigle di italiani vessati quando non uccisi sommariamente, di italiani collaboratori prima entusiasti e poi in gran parte delusi dall’inesistente principio sovranazionale del PCJ che si auto sconfesserà definitivamente con il suo distaccarsi dalla politica dell’Unione Sovietica, di fiumani in un primo tempo candidatisi a elezioni cittadine e poi esuli.
Non mancano le descrizioni delle efferatezze tedesche ai danni di centri slavi; in particolare la strage di Lipa attuata con la collaborazione di italiani della MVSN. Alla fine del conflitto i combattenti caduti nelle formazioni militari italiane nel territorio fiumano riconducibili alla RSI ammonteranno a 230 … : così ancora Micich, che scrive anche del contributo della X Mas alla difesa del territorio nazionale italiano dopo aver scritto della partecipazione di alcuni soldati della MVSN all’efferatezza della strage di Lipa.
Micich accenna anche alla tragedia del Korpus tedesco in ritirata e alla firma dell’accordo il 7 maggio 1945 con gli slavi, che avrebbe consentito la ritirata dei tedeschi verso la Germania, accordo che fu disatteso l’11 successivo con la morte conseguente pari forse a oltre 20.000 tedeschi.
Il saggista scrive della fondazione di un primo nucleo di polizia politica slava yugo già nel 1943, che assunse nel 1944 la denominazione ufficiale di OZNA (Odjel za Zastitu Naroda – Sezione per la Difesa del Popolo); indescrivibili le nefandezze di questa occhiuta mano rossa, che impose il terrore diurno e notturno a italiani d’ogni pensiero politico, e a croati e sloveni e serbi di pensiero non conforme a quello titoista del momento.
A quanto sopra Micich aggiunge la descrizione di quella sovranità limitata che gli alleati tedeschi della RSI imponevano agli italiani col non coinvolgerli se non da subordinati in azioni armate; così come i britannico statunitensi, cobelligeranti occupanti del Regno d’Italia, facevano con i soldati del Governo Badoglio.
Molto viene scritto anche sui movimenti autonomistici a Fiume che, davvero totalmente privi di visione storica – e viene da aggiungere anche semplicemente di quotidiana osservazione cronachistica – auspicavano la rinascita dello Stato Libero della Città di Fiume a guida zanelliana, istituito col Trattato di Rapallo del 12 novembre del 1920; la penna di Micich cola disprezzo, appena velato da decenza semantica, per Riccardo Zanella.
L’internazionalizzazione di Fiume, ma con notevole altro territorio istriano intorno e sotto l’egida dell’ONU, verrà sostenuta anche dall’allora Ministro degli Esteri Carlo Sforza.
Ostacolati i rapporti tra i CLN italiani che provavano ad evitare all’Italia la perdita del maggior numero possibile di chilometri quadrati del suo territorio giuliano. Il CLN dell’Istria riesce a ricevere notizie di Fiume a Trieste e a  far pervenire qualche soccorso ai più bisognosi di Fiume, ma non riesce a realizzare il suo progetto di indire il referendum circa l’appartenenza dell’Istria all’Italia o alla Jugoslavia.
Quando il 9 giugno 1945 fu tracciata la linea di demarcazione tra la Zona A e la Zona B, le manovre slavo jugo continuarono tramite la creazione del PCRG (Partito Comunista della Regione Giulia), guidato da comunisti sloveni – gli “avi” di quel Pahor che oggi stringe la mano di Mattarella a Basovizza – per sostenere l’annessione della zona A alla Federazione popolare jugoslava, mentre aumentava nella Zona B il ferreo controllo slavo jugo. Né, quando nel 1948 Tito ruppe con Stalin, mancò l’epurazione di quegli operai italiani che si erano trasferiti oltre confine ma che erano rimasti fedeli al sovietismo russo.
I britannico statunitensi, dopo il distacco di Tito dall’Unione Sovietica, finiranno per opporsi soltanto alla cessione degli importantissimi – civilmente e militarmente – cantieri navali di Monfalcone, mediaticamente etichettati  Trieste.
Benedetto Croce e Leo Valiani voteranno contro la ratifica del Trattato di Pace del 1947 che sancirà l’annessione alla Jugoslavia, tra l’altro, della Dalmazia Italiana, di Fiume col resto dell’Istria, e di gran parte della restante Venezia Giulia orientale.
Si aggiunga in particolare alla trattazione di Micich, che si prospetterà da più parti, prima della ratifica già intuita punitiva e dopo, la revisione del Trattato stesso; unica soluzione politica concreta e proficua, da far succedere alla giustificata angoscia inattiva di quegli anni.
La descrizione dell’avvicinarsi a Fiume dei reparti  armati slavo jugo procede con ritmo  descrittivo incalzante: Zara, Veglia, Cherso, Ossero, Neresine, Bersezio, Laurana, Abbazia, e il 3 maggio 1945 sono a Fiume.
Sono a Fiume, ma non tra i fiumani che si chiudono in casa: gli slavi occuperanno la materia della Città ma non conquisteranno mai l’anima di chi l’ha costruita con secoli di lavoro. Inizia già dalla notte tra il 3 maggio e il 4 la repressione violentissima degli occupanti a danno dell’etnia italiana; di fascisti, autonomisti, antifascisti: uccisioni, sparizioni, prigionia, confisca di beni, marginalizzazione nella vita sociale. Qualche squarcio particolarmente vivido ci mostra i fiumani tra le belve slave e quelle tedesche, con la fame il freddo e il terrore d’ogni giorno. Come un funebre lamento di Enrico Burich, che riassume i danni alla Città inflitti dagli slavi yugo, dagli alleati, dai nazisti: Si parla di mucchi di cadaveri che giacciono di qua e di là. Nessuna notizia sembra esagerata. E’ stata fatta una vera e propria razzia di soldati italiani, marinai, carabinieri, finanzieri e questurini […]. La città è mezza distrutta dai bombardamenti aerei; nel porto, fatto saltare in aria sistematicamente dai nazisti, non c’è più neanche un metro di banchina […]. Gli arresti indiscriminati continuano per giorni e giorni […].
Acquietando le emozioni derivanti dal leggere di tanta barbarie, risultano di estremo interesse gli sforzi fatti dagli occupanti per frenare l’esodo degli italiani che si andò facendo sempre più marea di decine di migliaia di persone. Le belve si accorsero in ritardo dell’effetto indesiderato ottenuto con la propria ferocia: occupavano piazze e strade – cambiando le loro secolari denominazioni italiane – ma non riuscivano a trattenerne quegli abitanti da loro ritenuti idonei a restare, che tanta civiltà avevano costruito in duemila anni e più.
Spoliazione economica, imposizione della lingua croata, dell’immagine di Tito e del suo culto, goffi tentativi di arginare statualmente la religione. Sono molte le pagine che Micich usa per descrivere l’oppressiva occhiutaggine politico culturale – posto che la brutalità degli agenti slavi giustifichi l’uso di questi aggettivi per qualificarne l’azione – e vanno lette lentamente se si vuole non solo capire ma anche sentire l’angoscia stagnare dietro le porte e le finestre di una città abituata a tenerle aperte al mare, al canto, alla gioia di vivere. Alcune righe di Amleto Ballarini ci aiutano quasi a vederla: Non valsero divieti, requisizioni e condanne. Non servì a nulla aumentare le tariffe viaggiatori, sui carri bestiame, con destinazione Trieste […]. La gente preferiva farsi dissanguare piuttosto che restare. […] sulla base dell’avvenuta firma del Trattato di Pace, una grande folla sostò ininterrottamente di fronte agli uffici che, pur tra mille difficoltà e studiati ritardi non poterono evitare di accogliere e istruire pratiche di opzione. […]. Più di diecimila poterono uscire ma ad altri dodicimila, fino al 1951, la domanda venne reiteratamente respinta. […] parecchi ricorsero poi all’espatrio clandestino, rischiando per questo non solo la libertà ma anche la vita. Le guardie di frontiera avevano il grilletto facile […]. All’atto dell’opzione definitiva per l’Italia, i conti bancari venivano congelati e sequestrati. Ogni lavoro perduto, i negozi chiusi, le aziende chiuse, il tesseramento annonario si ridusse solo per gli optanti […]. Fiume si svuotò di circa 38.000 abitanti di nazionalità italiana. L’intera Venezia Giulia e la Dalmazia di 260.000/280.000.
Non mancarono nel territorio rimasto alla sovranità italiana alcuni animali che negarono una tazza di latte ai profughi in transito verso le loro destinazioni. Non mancarono però neppure campi profughi, assistenza di vario tipo, accoglienza di singoli cittadini nelle proprie case, creazione di piccoli alloggi in muratura – a Cagliari nel rione di Santa Avendrace – solidarietà da parte di media.
Micich riporta anche il tragico destino di parte dei 50.000 prigionieri italiani in mano jugo slava: […] alcuni battaglioni di lavoratori italiani […] esposti ai rigori dell’inverno senza rifornimenti di viveri e di medicine […] finirono col morire per esaurimento, quando non caddero per l’ostilità degli abitanti, i quali attaccavano i militari inermi e li denudavano.(2)

Gli occupanti croati occupano ancora le terre dell’Adriatico orientale, ma non riescono oggi a trattenere neppure i loro stessi cittadini croatofoni che fuggono all’estero, così come allora non riuscirono a piegare la dignità consapevole dei fiumani che per secoli celebrarono il loro sposalizio del mare con l’industria dei loro cantieri navali ora in perenne fallimento, con il loro quadrilinguismo parlato (italiano, croato, ungherese e tedesco) tanto sentito che sopravvisse bene o male anche a qualche maldestro tentativo di comprimerlo del nazionalismo nostrano, con il loro multiculturalismo che non sopravvive alla crassa ignoranza politico culturale di Rijeka così spudoratamente autocelebrantesi come capitale della cultura europea, nonostante offenda lo stesso termine di cultura con l’omettere la divulgazione di secoli di Storia scritta in lingua italiana. Ciascun fiumano o suo discendente sa però che la Storia non finisce mai. Lo sanno anche gli occupanti di Fiume: è perciò che issano l’immonda stella rossa al centro della Città, nel macabro vano tentativo di difendersi dalle loro stesse paure, nello sterile vano tentativo di fermarla la Storia. Chi crede che gli slavi del sud siano cambiati si faccia venire qualche dubbio ricordandosi dei 200.000/300.000 morti causati dalle guerre intestine di dissolvimento della Jugoslavia nei primi anni ’90 del secolo scorso, senza l’alibi dell’aggressione straniera; ricordandosi che ancora oggi nel 2021 issano una stella rossa sul grattacielo di Fiume come appena scritto, che il Consiglio Municipale non ha ancora deciso di distruggere la Galeb, la nave maledetta del genocida Tito, che continua a effondere lungo le rive del Quarnaro il macabro puzzo dei carnefici di uomini e donne indifesi.
Fluminem reducat Europa ubi fuit.

Opportuna l’impaginazione a seguire delle 24 pagine scritte da Luigi Guiducci, che mostrano – accrescendo il tema trattato anche da Micich nel saggio di cui sopra – la persecuzione da parte dei comunisti slavo jugo del clero giuliano dalmata, non solo di etnia italiana.
Leggendo la lugubre pittura di sangue e di martirio che Guiducci ci mostra, ci si chiede come fecero quei sacerdoti a resistere nella Fede. Forse ci aiutano a capirlo tre righe scritte sulla morte dell’esule da Zara Monsignor Pietro Doimo Munzani, ormai da tempo lontano dalla Dalmazia: Morì a 61 anni, nella cattedrale di Oria (Brindisi), mentre stava predicando. Si accasciò ai piedi dell’altare del Santissimo Sacramento pronunciando per sé il Miserere: spes usque ad finem.

Interessante l’ampio documentato bozzetto di Donatella Shurzel, che mette in evidenza come Rovigno non sia stata solo quel magnifico volto urbano da cartolina sempre ammirato, ma anche centro di industrie.

Per informazioni sui contenutissimi costi della rivista: info@fiume-rijeka.it

(1) – La prima e la seconda parte del saggio sono  rintracciabili su OBLO’ digitandone il titolo nel rettangolo con la  lentina in alto a destra.
(2) – Ricerca di Ballarini e Sobolevski.

 Servizio obbligatorio di leva civile in Italia”   Claudio Susmel

Centosessantesimo anniversario dell’Unità d’Italia Incompleta
1861 – 2021
Memoria Patriae prima vis

Memoria italiana

1 marzo 1961,
l’Areonautica Militare Italiana istituisce le “Frecce Tricolori”.

12 marzo 1863,
nascita di Gabriele D’Annunzio.

14 marzo 1820,
nascita di Vittorio Emanuele II.

17 marzo 1861,
nascita del Regno d’Italia.

                                     “Servizio civile obbligatorio in Italia”     Claudio Susmel

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Nel calcio come nella vita d’ogni giorno

Canne al vento
Si Italiam eiuramus

Febbraio 2021

E ora Semplici.
L’allenatore cui il Presidente del Cagliari ha affidato la squadra dopo aver esonerato l’allenatore Di Francesco.
E’ bravo? Chiedetelo ai commentatori tecnici del calcio italiano.
E’ biodegradabile  nel Cagliari, nella città di Cagliari?
Sì, è un combattente che conosce le trincee della serie C, B, A.
Lo immaginiamo mentre riversa nelle acque del Tirreno i suoi somatizzati malumori per un pareggio imposto alla sua squadra al 90’, durante un viaggio di ritorno per nave dalla Penisola, stante uno sciopero delle linee aeree.
Lo immaginiamo turpiloquiare con un nuovo amico tra le strade di Cagliari, uno dei venti Capoluoghi  d’Italia, nella stessa lingua parlata negli altri 8000 Comuni italiani, Penisola compresa.
Non ce lo vediamo in uno scompartimento di prima classe su un aereo diretto a Madrid per visionare qualche campione in attesa di pensione dal pirla di turno che lo ingaggerà ad annualità stratosferiche, devastando le casse della Società e umiliando lo spirito individuale e di squadra dei suoi compagni di gioco.
Tradizione calcistica del Cagliari da ripassare Giulini.
Tradizione storica della città di Cagliari da ripassare Giulini.
Storia dell’Italia unita da ripassare Giulini.
Per far sì che le undici bandiere che di volta in volta scenderanno in campo ci tengano nella serie A del Campionato Italiano di Calcio.
Quella serie A nella quale con o senza scudetto tricolore sul petto, ci si rimane soltanto se almeno nella mente se non proprio nel cuore si ha il Tricolore, che la Città di Cagliari e la Regione Sardegna di cui è Capoluogo onorano sin dal 1720.
Altrimenti saremo gli spettatori mal gratificati di un magazzino buono per le scorie di questo o quell’altro club con materiale di risulta da riciclare.

Canne al vento.

Servizio obbligatorio di leva civile in Italia”   Claudio Susmel

Centosessantesimo anniversario dell’Unità d’Italia Incompleta
1861 – 2021
Memoria Patriae prima vis