Agli intervistatori di geografi e storici
perché ricordandosi che un’opinione sui confini
può concorrere a delimitarne
la conformazione futura sul terreno
non si facciano ingannare dai falsificatori della Geografia e della Storia
Ad Alpes
27 novembre 2025
Il quindicesimo paragrafo dal saggio:
Confini naturali e confini politici
per la Venezia Giulia e per la Dalmazia
nelle trattative
tra il Regno d’Italia, la Triplice Alleanza, l’Intesa, e l’Associato
(1914 – 1920)
15 – Alcune opinioni sulle trattative confinarie e sui trattati
Franco Bandini.
Lo storico dopo aver scritto a proposito del Patto di Londra che: “[…] la Francia e l’Inghilterra dimostravano di largheggiare, soprattutto su cose e territori non loro”(36), osserva che le promesse degli Alleati non solo furono fatte su territori altrui – non venne proposta alcuna revisione confinaria, per esempio, che riguardasse i territori geograficamente italiani della Corsica sotto sovranità francese, o delle Isole Maltesi sotto sovranità britannica – ma pure, a guerra vinta, seppur non rinnegandole, non difesero certo a spada tratta le offerte codificate nelle clausole contrattuali del Patto dai ripetuti pedanti ostili tentativi di applicazione del principio di confine etnico del presidente statunitense Wilson ai confini orientali d’Italia. Bandini sottolinea che “[…] erano morti 533.000 uomini [da più parti si citano numeri molto superiori …] ed avevamo da pensare […] a più di 949.000 feriti e mutilati di guerra […]”(37); lamenta il debito dello Stato, la svalutazione della lira, i prestiti contratti; e afferma che “[…] Avevamo contratto quei debiti per comperare materie prime […] eravamo stati aiutati perché ad altri faceva comodo” (37a).
Enrico Caviglia.
Il 28 luglio del 1921 il Generale Caviglia, commenta negativamente il Trattato di Rapallo in Senato: “Tutta la storia moderna segnala un forte movimento di espansione della razza slava in tutte le direzioni […] Verso occidente i suoi elementi […] penetrano nei confini delle varie nazionalità vicine e vi sostituiscono le popolazioni. Essi non portano una civiltà, ma assorbono la civiltà dei popoli che vanno a sostituire, cambiano nome ai paesi […] l’Italia dovrà constatare la scomparsa dei nomi italiani dalla riva orientale dell’Adriatico e la sostituzione con nomi slavi. Le nostre genti saranno a poco a poco scacciate dalla riva orientale dell’Adriatico […]” (38).
Giovanni Giolitti.
Il politico, in diverse sue pagine accenna all’esigenza di avere confini militarmente sicuri, non eccessivamente onerosi per la loro difesa, e che in una qualche misura tengano conto delle esigenze dei confinanti serbi – croati – sloveni, al fine di ottenere rapporti politici che salvaguardino la pace tra italiani e slavi del sud.
In particolare scrive: “[…] la firma del Trattato di Rapallo, che con l’assetto definitivo delle nostre frontiere, lasciato sospeso nella Conferenza di Parigi, compiva l’unità nazionale entro i confini segnati dalla natura […] ci aveva alfine data la pace, assegnando all’Italia i suoi confini naturali ed iniziando una politica di cordiali rapporti non solo coi jugoslavi […]”(39). Da queste righe si desume come lo statista faccia proprio il principio del confine naturale; tralasciando però di evidenziare che è stato raggiunto nelle Alpi Giulie meridionali solo fino al Monte Nevoso e non compiutamente fino al mare a est di Fiume. Scrivendo inoltre di una unità nazionale compiuta entro i confini segnati dalla natura non tenendo conto, tra l’altro, della Corsica e delle Isole Maltesi: il politico cioè continua a lottare in tempo di pace per un accordo con gli alleati del momento – lo aveva fatto anche con la Triplice – e con i confinanti orientali dell’Italia, per consentire questa volta di stabilizzare i conti dello Stato post bellico e rinsaldare quanto conquistato. Per perseguire questi scopi farà anche cessare pressoché del tutto l’occupazione dell’Albania limitandosi alla sola occupazione dell’isolotto di Saseno. È stato e resta il politico che aborre l’azzardo.
Francesco Saverio Nitti.
L’opinione del politico – divenuto Presidente del Consiglio dei Ministri del Regno d’Italia nel giugno 1919 – sulla situazione internazionale del dopoguerra, per propensione personale all’accomodamento politico, per la necessità di quiete e ordine che ha chiunque si trovi al Governo di una nazione, ma soprattutto per aver considerato le risorse economiche e militari al termine di una guerra (1915 – 1918) vittoriosa ma costosissima, si sarebbe somatizzata nel tagliare il superfluo dalle ambizioni nazionali. Col cessare ad esempio ogni preparativo rivolto a una spedizione italiana in Georgia. Così, tra l’altro, scrive: “[…] Non avremmo dovuto […] aderire a crociate e a movimenti anti – bolscevichi e tanto meno ad azioni militari contro la Russia. […] Era stato preparato un esercito di spedizione per occupare la Georgia, cioè la parte più vitale del nuovo regime […] Senza nessuna autorizzazione del parlamento era stata preparata nascostamente una grande spedizione militare italiana per occupare la Georgia […] chi dispose la spedizione e chi dispose i mezzi per la spedizione?” (40). Nitti curerà inoltre fino allo spasimo reverenziale i rapporti con gli Stati Uniti, per ottenere da essi l’importante credito economico di cui l’Italia aveva necessità urgente.
Mario Pacor.
Pacor scrive che “[…] poiché per l’Inghilterra e la Francia si trattava di offrire terre altrui […] concedettero sulla carta tutta la Venezia Giulia fino allo spartiacque alpino […](41), riconoscendo cioè che per la Venezia Giulia il tracciato previsto dal Patto di Londra segue lo spartiacque alpino, cosa questa che come si è già scritto è per le Alpi Giulie sostanzialmente vera e orograficamente coerente eccetto principalmente il Monte Nevoso. Ma ecco che più avanti usa un’espressione che confonde i confini naturali propriamente detti con i confini politici: “[…] si era andati oltre i confini naturali, etnico – geografici, con l’occupare un gran numero di territori che all’Italia non appartenevano e nei quali potevano esserci, come in Dalmazia, solo ristretti nuclei di popolazione di lingua italiana […]”(41a). I confini etnico – geografici sono una delle tante varianti del confine politico, di un confine cioè tracciato dall’uomo che tiene conto delle caratteristiche geografiche del territorio da individuare ma anche delle popolazioni che lo abitano, e che l’autore cita per mettere in risalto la forte componente jugo slava – non unicamente croata o serba – presente in Dalmazia. I confini etnico – geografici sono confini che nulla hanno a che fare con i confini naturali che prescindono dai compromessi politici se non minimi, come già scritto. Sono confini che possono essere invocati in nome del buon senso e del pragmatismo politico, ma che non devono ledere il diritto alla correttezza semantica di qualsiasi definizione, specie in un campo così delicato quale è quello dei confini tra nazioni diverse per ceppo antico, in questo caso latino e slavo.
Joze Pirjevec.
Pirjevec, dopo aver citato il valore dei croati inquadrati nell’esercito austro-ungarico contro i serbi e le non monolitiche prese di posizioni politiche dei serbo – croati, scrive del “[…] Comitato jugoslavo, costituitosi a Parigi nell’aprile del 15 per iniziativa di Trumbic, Supilo e dello scultore Mestrovic, allo scopo di favorire la costituzione di uno stato indipendente degli slavi del Sud [… che con la collaborazione di …] alcuni esuli serbi della Bosnia-Erzegovina e alcuni uomini politici sloveni svolse negli anni successivi un’intensa attività di propaganda nelle capitali dell’Intesa, con l’appoggio soprattutto di alcuni esponenti dell’intellighenzia inglese, come Wickam Steed e R.W. Seton – Watson” (42). Pirjevec prosegue scrivendo delle difficoltà cui va incontro il Comitato per contrastare gli obiettivi italiani del Patto di Londra riguardanti anche “[…] Gorizia, Trieste, l’Istria e parte della Dalmazia, considerate da sloveni e croati come proprio territorio etnico […] Il governo di Roma […] solo dopo la rotta di Caporetto, nell’ottobre del 17, sembrò disposto a qualche concessione. Grazie anche alla pressione di alcuni esponenti del cosiddetto interventismo democratico [cita tra gli altri Salvemini], favorevoli all’intesa con il “popolo jugoslavo”, le autorità italiane consentirono a riconoscerlo come alleato nella lotta contro l’Austria – Ungheria, senza peraltro prendere impegni precisi sul problema delle future frontiere” (42a). Pirjevec afferma poco dopo che non sarebbe mancato in seguito da parte di serbi e croati il riferimento al diritto di autodecisione dei popoli, invocato anche dal Consiglio Nazionale Italiano di Fiume, e lamenta la debolezza degli jugo slavi sulla scena internazionale che li avrebbe portati a gravi perdite con il Trattato di Rapallo e la successiva annessione di Fiume all’Italia. Pirjevec denuncia in particolare la debolezza sulla scena internazionale e l’opportunismo degli sloveni fino al punto di scrivere che “[…] gli sloveni non avevano altra via d’uscita che saltare, insieme ai croati, sul carro del vincitore serbo”(42b).
Luigi Salvatorelli.
A proposito della Conferenza della pace così scrive lo storico: “Il contegno degli alleati e soprattutto di Wilson, sfavorevole alle aspirazioni italiane, destò fra noi largo risentimento [… per la] sensazione, in parte giustificata, che per l’Italia si facessero valere rigorosamente i principi ideali wilsoniani, sacrificati a favore di altre potenze […]”(43). E Salvatorelli prosegue citando la distribuzione ineguale dei vantaggi coloniali salvo concludere che “[…] il bilancio politico-territoriale della guerra si chiudeva per l’Italia in netto vantaggio […]”(43), per aver “[…] ottenuto un confine naturale sicurissimo a nord e nord-est […]” (44), e per la diminuita potenza straniera a ridosso di quei confini.
Gaetano Salvemini.
Scrive Salvemini: “[…] come prova della sua buona volontà, il Governo italiano dopo aver dichiarato che non intende fare nessuna opposizione alla costituzione dell’unità nazionale serbo – croata – slovena, può dichiarare che a questo nuovo Stato nazionale cederà la Liburnia e la Dalmazia purché sia possibile intendersi equamente con esso su tutto il problema adriatico con la mediazione amichevole dei comuni alleati […]”(45). A fronte di queste affermazioni difficilmente aggettivabili come analitiche, Salvemini fu invece in buona parte lungimirante nel rilevare la determinante potenza economica e militare degli Stati Uniti sulla scena internazionale che avrebbe interessato anche l’Italia: “[…] il problema dell’Adriatico non è discusso in un campo chiuso, in cui si trovino solamente a scambiarsi insolenze e spintoni italiani e slavi: questo è l’errore di visione dei municipali dell’irredentismo adriatico […] La opinione pubblica dei paesi alleati vi partecipa, e specialmente quella dell’America, che ha dato il tracollo alla guerra e dirà la parola decisiva per la pace […]”(46).
(36) F. Bandini, Il Piave mormorava pag. 30, Milano, 1965.
(37) F. Bandini, Il Piave m. cit. pag. 189.
(37a) F. Bandini, Il Piave m. cit. pag. 190.
(38) F. Gerra, L’impresa di Fiume, secondo volume pag. 222, Milano, 1975.
(39) G. Giolitti, Memorie cit. pagg. 604,606.
(40) F. S. Nitti, Rivelazioni Dramatis personae pagg. 527/529, Napoli, 1948.
(41) M. Pacor, Italia e Balcani pag. 39, Milano, 1968.
(41a) M. Pacor, Italia e cit. pag. 52.
(42) J. Pirjevec, Serbi Croati Sloveni pag. 103, Bologna, 1995.
(42a) J. Pirjevec, Serbi cit. pag. 103,104.
(42b) J. Pirjevec, Serbi cit. pag. 147.
(43) L. Salvatorelli, Venticinque anni di storia (1920 – 1945) pag. 5, Firenze, post 1952.
(44) L. Salvatorelli, Venticinque anni cit. pag. 6.
(45) C. Maranelli e G. Salvemini, La questione dell’Adriatico pagg. 281, 282, Roma-Firenze, 1919.
(46) C. Maranelli e G. Salvemini, La questione del cit. pag. 286.
P.S. Ai paragrafi precedentemente impaginati e a questo ne seguiranno altri, ciascuno dei quali potrà essere riprodotto a titolo gratuito in qualsiasi forma, cartacea o non cartacea, alla sola condizione di indicarne la fonte: OBLO’ – www.claudiosusmel.it
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